Nel video pubblicato su Kherson viene raccontata una realtà che, pur essendo ampiamente documentata da organismi internazionali, continua a ricevere un’attenzione insufficiente nel dibattito pubblico europeo. Kherson non è soltanto una città di prima linea: è diventata il laboratorio di una forma di violenza sistematica contro i civili, definita da molte testimonianze come un vero e proprio “safari umano”.
Questo articolo nasce come approfondimento e supporto al video, con l’obiettivo di contestualizzare i fatti, spiegare perché ciò che avviene a Kherson non è casuale né episodico e mostrare come queste pratiche rientrino pienamente nella definizione di crimini di guerra.
Cos’è il “safari umano” a Kherson
Dopo la liberazione della città, Kherson è rimasta esposta al fuoco russo proveniente dalla riva sinistra del Dnipro. Con il tempo, però, è emerso un pattern preciso: droni e cecchini non colpiscono obiettivi militari, ma civili identificabili come tali.
Persone che camminano per strada, che vanno al mercato, che aspettano un autobus o che svolgono lavori di pubblica utilità vengono osservate, seguite e infine colpite. Non si tratta di “danni collaterali”, ma di attacchi deliberati contro la popolazione civile.
La piattaforma Tochnyi ha mappato numerosi episodi documentando coordinate, date e modalità degli attacchi, offrendo una rappresentazione visiva di come la violenza sia distribuita nel tempo e nello spazio. La mappa mostra chiaramente che non si tratta di eventi isolati, ma di una pratica ripetuta.

Le certificazioni delle Nazioni Unite
Le Nazioni Unite hanno più volte confermato che quanto accade a Kherson costituisce una violazione grave del diritto internazionale umanitario.
Già nell’ottobre 2024, la Commissione d’inchiesta ONU sull’Ucraina ha parlato di torture sistematiche e trattamenti inumani messi in atto dalle autorità russe, arrivando a qualificare queste pratiche come crimini contro l’umanità.
Nel 2025, ulteriori rapporti ONU hanno documentato:
– attacchi con droni contro civili;
– persecuzioni basate sull’identità nazionale;
– uso della paura come strumento di controllo del territorio.
In particolare, gli attacchi a Kherson sono stati citati come esempio emblematico di violenza intenzionale contro persone che non partecipano alle ostilità.
Tortura e detenzione: un sistema, non un’eccezione
La violenza contro i civili di Kherson non si limita agli attacchi a distanza. Durante l’occupazione russa, la città è stata attraversata da una rete di centri di detenzione illegali.
Secondo Human Rights Watch, Kherson ospitava vere e proprie camere di tortura. Le vittime venivano detenute arbitrariamente, interrogate, picchiate, sottoposte a scosse elettriche e violenze psicologiche.
Un rapporto congiunto di Global Rights Compliance e dell’International Center for Transitional Justice ha rilevato che quasi la metà delle persone detenute nei centri russi della regione è stata torturata.
Anche l’Ufficio del Procuratore della Regione di Kherson ha confermato nel 2024 l’identificazione di oltre 1.500 vittime di tortura. Numeri che descrivono una politica deliberata, non il comportamento isolato di singoli soldati.
Perché colpire Kherson
Kherson occupa un posto particolare nella strategia russa. È una città ucraina sotto il profilo storico, linguistico e identitario, ma con una lunga esposizione alla propaganda russa. Colpire i civili significa: punire la popolazione per non essersi “integrata” nel mondo russo; scoraggiare il ritorno alla normalità; dimostrare che lo Stato ucraino non può proteggere i suoi cittadini. La violenza diventa così un messaggio politico.

Identità e propaganda
I dati sociologici e linguistici mostrano chiaramente che la popolazione della regione di Kherson si identifica prevalentemente come ucraina. Studi indipendenti, sondaggi e rapporti istituzionali smentiscono la narrativa secondo cui si tratterebbe di un territorio “naturalmente russo”.
Proprio per questo, la repressione assume anche una dimensione simbolica: colpire i civili significa colpire l’identità ucraina stessa.
Perché parlare di Kherson oggi
Raccontare Kherson non è solo un esercizio di memoria. È un atto necessario per contrastare la normalizzazione della violenza e la stanchezza informativa.
Quando i crimini diventano ripetitivi, rischiano di diventare invisibili. Il “safari umano” è efficace anche per questo: non fa rumore come un bombardamento su larga scala, ma logora lentamente una comunità.
Il video e questo articolo vogliono essere un contributo a mantenere l’attenzione su ciò che accade ogni giorno, lontano dai riflettori.
Kherson non è un’eccezione tragica: è una prova concreta di come la guerra russa contro l’Ucraina abbia come bersaglio diretto la popolazione civile. Le prove esistono. Le fonti sono pubbliche. Le certificazioni internazionali sono chiare. Ignorare Kherson significa accettare che la violenza contro i civili diventi una pratica tollerabile. Raccontarla, invece, è il primo passo per impedirlo.





