La Banca Centrale russa sta cambiando ruolo: da arbitro del sistema finanziario a ultimo argine contro un’ondata di insolvenze. Non parla più di sviluppo o stabilità di lungo periodo, ma di gestione dell’emergenza. E il messaggio è diretto: a tenere in piedi l’economia dovranno essere le banche.
Per questo il regolatore ha invitato gli istituti di credito ad accettare le ristrutturazioni dei prestiti almeno fino alla prima metà del 2026, ogni volta che le difficoltà del debitore possano essere presentate come temporanee. Una richiesta che segna una rottura netta con il passato. Fino a poco tempo fa, la Banca Centrale considerava queste operazioni un segnale di rischio occultato e imponeva accantonamenti aggiuntivi. Ora quei vincoli vengono sospesi: meno riserve, più flessibilità, più esposizione per le banche.
La ragione è semplice e viene ammessa dallo stesso regolatore: il rischio di credito è diventato una delle principali vulnerabilità del sistema. In un contesto di rallentamento economico, tassi d’interesse elevati e condizioni di mercato peggiorate, il debito delle imprese sta crescendo più velocemente della loro capacità di sostenerlo. La Banca Centrale segnala che la quota di prestiti classificati nella cosiddetta “zona verde” — cioè senza segnali di deterioramento — nel segmento delle grandi e medie imprese è in costante diminuzione. Allo stesso tempo, nel settore delle PMI aumenta il numero di aziende già inadempienti.
Il quadro è ancora più preoccupante se si guarda ai grandi gruppi industriali. Quest’anno la Banca Centrale ha irrigidito i requisiti di riserva sui prestiti, aumentando di fatto il peso del debito per aziende che erano già fortemente indebitate. Un’analisi interna ha preso in esame 89 grandi imprese appartenenti a 13 settori dell’economia reale: insieme generano un fatturato di circa 78 trilioni di rubli, pari al 39% del PIL russo del 2024, e accumulano 43,7 trilioni di rubli di debito, ovvero il 44% dell’intero debito del settore reale.
I risultati sono allarmanti. Circa due terzi di questo debito è concentrato in aziende con un elevato onere per interessi: basta un ulteriore aumento dei tassi o un calo dei ricavi operativi perché il servizio del debito diventi insostenibile.
Ancora più grave, l’8% del debito totale analizzato fa capo a imprese già in condizioni critiche, i cui profitti non sono sufficienti nemmeno a coprire il pagamento degli interessi. Secondo la stessa Banca Centrale, queste aziende operano in settori chiave come il commercio al dettaglio, lo sviluppo immobiliare, l’informatica, i metalli preziosi, l’ingegneria meccanica, l’industria leggera e il carbone.
In questo scenario, la scelta di “ammorbidire” le regole per le banche assume un significato politico preciso. Il Cremlino sembra progressivamente spostare la responsabilità del salvataggio economico sugli istituti di credito e sull’autorità monetaria. Se le ristrutturazioni funzioneranno, il sistema potrà guadagnare tempo. Se invece banche e aziende inizieranno a crollare, la colpa potrà essere attribuita a una gestione tecnica giudicata insufficiente.


Guardando al 2026, il rischio è che questa dinamica produca un nuovo capro espiatorio. Dopo anni in cui la Banca Centrale ha garantito una parvenza di solidità al sistema russo, la figura della sua governatrice potrebbe trasformarsi da risorsa a bersaglio. Elvira Nabiullina, finora simbolo di competenza e disciplina, potrebbe essere indicata come responsabile del fallimento di banche e imprese, sollevando il potere politico dal peso delle proprie decisioni.
Il conto, però, è già stato emesso. E qualcuno dovrà pagarlo.



