Negli ultimi anni, soprattutto sui social e nei contenuti video brevi, si è diffuso un modo di comunicare che appare diretto, spontaneo e legato al cosiddetto “buon senso”. È un linguaggio familiare, accessibile, spesso convincente proprio perché sembra lontano da qualsiasi costruzione ideologica o strategica.

Proprio per questo merita attenzione.

Roy De Vita viene preso qui semplicemente come caso esemplificativo di questo tipo di comunicazione: non per la sua rilevanza personale, ma perché esprime argomenti e formule retoriche che molte persone comuni utilizzano ogni giorno, spesso in buona fede. Il suo modo di argomentare riflette un pattern più ampio, riconoscibile e diffuso.

Il punto centrale, infatti, non è chi parla, ma quali meccanismi comunicativi vengono attivati. Alcune espressioni, alcune semplificazioni e certe modalità di presentare i fatti non sono neutre: rientrano in schemi retorici ben noti, frequentemente utilizzati anche nella costruzione della propaganda contemporanea — inclusa quella russa.

Analizzare questi meccanismi non significa delegittimare l’opinione di qualcuno, ma fare un passo in più: distinguere tra una posizione personale e il modo in cui quella posizione viene costruita e trasmessa. Perché è proprio in questo spazio, tra contenuto e forma, che spesso si inseriscono dinamiche persuasive molto più sofisticate di quanto sembrino a prima vista.

 

Le tecniche retoriche utilizzate


1. Etichettatura emotiva

Espressioni come “è follia”, “cose fuori dal mondo” servono a creare una reazione immediata. Non spiegano, ma orientano. Spostano il discorso dal piano razionale a quello emotivo.

2. Affermazioni senza spiegazione

Si afferma qualcosa come evidente senza dimostrarlo. Il messaggio implicito è: “non serve argomentare, è ovvio così”. Ma non lo è.

3. Presupposizioni implicite

Si dà per scontato che censurare la Russia sia sbagliato, senza considerare il contesto: una guerra in corso, un’invasione, sanzioni internazionali.

4. Semplificazione estrema

Temi complessi vengono ridotti a slogan: libertà vs censura, arte vs politica. Ma nella realtà, cultura e politica non sono mai completamente separate.

5. Appello al “buon senso”

Il discorso è costruito come se chiunque fosse d’accordo. Chi non lo è viene implicitamente collocato tra gli “irragionevoli”.

6. Assenza di contraddittorio

Non esistono alternative, dubbi o complessità. Questo è uno dei segnali più chiari di comunicazione propagandistica.

7. Tono autorevole

Sicurezza, calma, apparente razionalità. Il contenuto è debole, ma la forma lo rende credibile.

Il contesto che viene ignorato


Il problema non è discutere se l’arte debba essere libera. Il problema è far finta che il contesto non esista.

Prendiamo il caso della Biennale di Venezia. Il ritorno della Russia è stato fortemente contestato a livello europeo, proprio perché rischia di diventare uno strumento di legittimazione politica. La Commissione Europea ha persino minacciato di ritirare i finanziamenti, sottolineando che eventi culturali non devono diventare piattaforme di propaganda .

Non solo: il padiglione russo è legato a figure con connessioni dirette all’élite del potere russo, incluse persone vicine ai vertici politici . Questo rende difficile sostenere che si tratti di “arte neutrale”.

La stessa Ucraina ha denunciato il rischio di whitewashing, cioè l’uso della cultura per ripulire l’immagine di un paese impegnato in una guerra di aggressione.

Lo stesso meccanismo si ripete nello sport.

Dopo l’invasione del 2022, gli atleti russi sono stati esclusi o ammessi solo come “neutrali”, senza bandiera né inno . Eppure, anche questa soluzione è controversa.

Perché?

Perché gli atleti, per definizione, sono rappresentanti del proprio paese. Non sono soggetti completamente scollegati dallo Stato. Alcuni di loro hanno espresso sostegno all’invasione o hanno legami con strutture vicine al potere .

Inoltre, esiste una lunga tradizione di utilizzo degli eventi sportivi come strumento di immagine e legittimazione politica. Le Olimpiadi, in particolare, sono state più volte usate in parallelo a strategie geopolitiche .

Il risultato è quello che molti analisti definiscono normalizzazione: far sembrare accettabile ciò che, nel contesto reale, non lo è.

Il punto centrale

 

Quando qualcuno dice “è follia escludere la Russia dalla cultura o dallo sport”, sta saltando un passaggio fondamentale: non si tratta di censura, ma di responsabilità politica in un contesto di guerra.

 

La Russia ha invaso un paese sovrano candidato all’ingresso nell’Unione Europea. Questo non è un dettaglio secondario: è il contesto che dà significato a tutto il resto.

Separare completamente cultura, sport e politica in una situazione del genere non è neutralità. È una scelta politica, anche se presentata come “buon senso”.

Il vero problema non è la singola opinione, ma il modo in cui certe opinioni vengono costruite.

Le tecniche viste — emotività, semplificazione, assenza di contesto — producono un effetto preciso: rendere invisibile la realtà.

Si crea una narrazione in cui: la guerra sparisce, le responsabilità si dissolvono, e tutto si riduce a una questione astratta di libertà. È qui che la propaganda diventa efficace: non quando convince apertamente, ma quando trasforma questioni complesse in reazioni automatiche.

Per questo è importante riconoscere queste dinamiche. Non per “zittire” qualcuno, ma per rimettere al centro ciò che manca sempre in questi discorsi: il contesto, i fatti e le conseguenze reali. Perché senza quelli, non stiamo più ragionando. Stiamo solo reagendo.

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