Da oltre tre anni una parte consistente del dibattito pubblico europeo, e italiano in particolare, ruota attorno a una certezza ripetuta come un mantra: la Russia starebbe vincendo, l’Ucraina avrebbe già perso, l’Europa sarebbe irrimediabilmente sconfitta. Non è una previsione, ma una conclusione presentata come inevitabile e già scritta.
Eppure, quando si osservano i dati concreti — militari, economici e sociali — questa sicurezza granitica lascia spazio a un quadro molto più fragile e contraddittorio.
Nel corso dell’ultimo anno di combattimenti, le forze russe hanno conquistato circa l’1% di territorio ucraino. Un avanzamento ottenuto al prezzo di perdite enormi: stime convergenti indicano oltre 1,2 milioni tra morti e feriti dall’inizio dell’invasione. Numeri che non descrivono un esercito inarrestabile, ma una guerra di logoramento in cui i costi crescono molto più rapidamente dei risultati.

La discrepanza tra la narrativa dell’invincibilità e la realtà sul campo è colmata dalla propaganda. Non una propaganda trionfalistica, bensì nichilista: non serve dimostrare che la Russia stia vincendo, basta convincere che resistere sia inutile. È questo il messaggio che circola con maggiore insistenza: l’Ucraina non può vincere, quindi continuare a sostenerla è solo un accanimento irrazionale.
Economia ed entrate fiscali
Questo frame ignora deliberatamente il fatto che proprio la resistenza ucraina ha impedito a Mosca di raggiungere i suoi obiettivi strategici iniziali. Ma la battaglia decisiva, oggi, non si combatte solo sul terreno militare. Si combatte anche sul piano economico, dove i segnali di stress sono sempre più evidenti.
Nel 2025 le entrate federali russe da petrolio e gas — storicamente il pilastro del bilancio statale — sono diminuite di circa il 24% su base annua. Prima dell’invasione, le entrate energetiche rappresentavano oltre il 40% del bilancio federale; oggi si attestano attorno a un quarto, in un contesto di prezzi più bassi, sconti forzati e mercati di sbocco più costosi e instabili. Per Mosca, questo significa una riduzione strutturale della principale fonte di finanziamento della spesa pubblica.
Il risultato è un bilancio sempre più sbilanciato. Nel 2024 il deficit federale ha superato i 3 trilioni di rubli, con una spesa aumentata di circa il 24%, trainata quasi interamente dal comparto militare e di sicurezza. Le entrate nominali sono cresciute, ma non abbastanza da compensare l’aumento delle uscite e l’effetto dell’inflazione, che continua a erodere il potere d’acquisto reale di famiglie e imprese.
Le regioni
Le difficoltà sono ancora più evidenti a livello locale. Le regioni russe sono sempre più indebitate: nel 2025, mentre le loro entrate fiscali sono cresciute in media di circa l’8%, la spesa è aumentata di oltre il 16%. In termini reali, molte amministrazioni regionali stanno perdendo capacità finanziaria e dipendono sempre di più dai trasferimenti del centro, riducendo autonomia e margini di manovra.
È in questo contesto che il Cremlino ha scelto di aumentare la pressione fiscale. La legge di bilancio prevede l’aumento dell’IVA dal 20% al 22% a partire dal 1° gennaio 2026, una misura che dovrebbe garantire circa 1,2 trilioni di rubli di entrate aggiuntive, pari a circa lo 0,5% del PIL. Parallelamente, è stata drasticamente ridotta la soglia di fatturato per accedere ai regimi fiscali agevolati per le piccole imprese, ampliando di fatto la platea dei soggetti obbligati a versare l’IVA.


Formalmente, l’obiettivo è compensare il calo delle entrate energetiche. In pratica, il rischio è quello di colpire un tessuto economico già sotto pressione, incentivando l’economia sommersa e comprimendo ulteriormente consumi e investimenti. Diversi indicatori suggeriscono che una parte crescente dell’attività economica stia già spostandosi fuori dai canali ufficiali, proprio in risposta all’aumento delle imposte e ai costi operativi.
Non sorprende, quindi, che anche sul piano sociale stia emergendo una stanchezza sempre più visibile. Gli ultimi sondaggi interni mostrano che, guardando al 2026, una quota crescente della popolazione russa indica la pace come priorità, non più la vittoria. Non si tratta di un’opposizione politica strutturata, ma del segnale di una società che fatica a vedere benefici concreti a fronte di sacrifici sempre più pesanti.
Ed è qui che il paradosso diventa evidente. Se la Russia fosse davvero invincibile, se la resistenza fosse davvero inutile, non ci sarebbe bisogno di ripeterlo ossessivamente. La necessità di ribadire, anno dopo anno, che “la guerra è già vinta” rivela una propaganda che non accompagna il successo, ma tenta di compensare l’assenza di risultati decisivi.
La Russia non ha vinto la guerra sul campo. Ha ottenuto, almeno in parte, una vittoria narrativa, soprattutto in quei Paesi dove la stanchezza viene confusa con realismo e il disincanto con analisi. Ma i dati raccontano una storia diversa: avanzamenti minimi, costi enormi, finanze pubbliche sotto stress e una società sempre più orientata a porre fine al conflitto.
La propaganda può modellare le percezioni. I numeri, prima o poi, presentano il conto.



