Nel maggio 2014, nelle regioni ucraine di Donetsk e Luhansk, la sequenza degli eventi politici sollevò interrogativi che sarebbero rimasti centrali anche negli anni successivi. Le entità autoproclamate “repubbliche popolari” annunciarono la propria indipendenza dall’Ucraina sulla base di referendum contestati, ma nel giro di poche ore compirono un passo ulteriore: chiedere l’adesione alla Federazione Russa.
A Donetsk, secondo quanto dichiarato dal leader separatista Denis Pushilin, la richiesta a Mosca di valutare l’assorbimento della regione arrivò appena due ore dopo la proclamazione di sovranità. La regione, confinante con la Russia, veniva così presentata contemporaneamente come nuovo soggetto statale indipendente e come territorio potenzialmente destinato a entrare in un altro Stato. Una dinamica simile si registrò a Luhansk, dove i dirigenti locali parlarono quasi subito di prospettive che includevano l’integrazione con la Russia.
Indipendenza proclamata in ore, annessione chiesta subito: un “separatismo” che già guardava a Mosca.
Il passaggio appare politicamente singolare: il concetto stesso di “separatismo” presuppone la volontà di staccarsi da uno Stato per costituirne uno proprio, mentre in questo caso l’orizzonte dell’indipendenza sembrava intrecciarsi immediatamente con quello dell’annessione. Prima del voto, Roman Lyagin, responsabile della commissione elettorale de facto di Donetsk, aveva indicato che il referendum non avrebbe modificato automaticamente i confini statali e che in futuro la regione avrebbe potuto decidere se restare in Ucraina, essere indipendente o unirsi alla Russia. Nella pratica, però, la richiesta di integrazione a Mosca precedette qualsiasi fase di consolidamento statale autonomo.
I risultati diffusi dalle autorità de facto indicavano percentuali molto elevate di voti favorevoli alla “sovranità statale”: circa il 90% con affluenza del 70% a Donetsk e oltre il 96% con partecipazione prossima al 75% a Luhansk. Kyiv dichiarò illegittime le consultazioni, evidenziandone l’organizzazione affrettata e numerose irregolarità. Anche diversi osservatori misero in dubbio che i dati riflettessero in modo accurato l’intero corpo elettorale, notando che una parte dei contrari potrebbe non aver preso parte al voto.

Il contesto in cui si svolsero i referendum era segnato da occupazioni armate di edifici pubblici, operazioni militari ucraine contro gruppi armati e un clima di forte tensione. Mosca dichiarò di rispettare i risultati e invitò al dialogo tra Kiev e le regioni sudorientali, mentre governi occidentali condannarono le consultazioni. Allo stesso tempo, le autorità ucraine accusavano la Russia di sostenere il movimento separatista con armi e assistenza tattica.
Letta a posteriori, la rapidità con cui l’indipendenza fu seguita dalla richiesta di annessione si inserisce in un quadro più ampio. Le proteste filorusse, i referendum e le strutture politiche emerse nelle regioni orientali sono stati interpretati da Kiev come parte di un’azione coordinata da Mosca per esercitare controllo su quei territori senza un’invasione convenzionale formalmente dichiarata. In questa prospettiva, la retorica della sovranità locale avrebbe rappresentato un passaggio intermedio, utile a costruire una legittimazione politica prima di un eventuale riassetto dei rapporti con la Russia.
La contraddizione tra proclamazione di indipendenza e immediata apertura all’annessione resta uno degli elementi più controversi di quella fase della crisi ucraina. Più che delineare un percorso lineare verso la statualità autonoma, gli eventi del maggio 2014 a Donetsk e Luhansk mostrarono un processo politico accelerato, in cui l’idea di uno Stato separato sembrava sovrapporsi fin dall’inizio all’orbita di un altro Stato.



