Per chi crede alla favola che “il Donbas è sempre stato russo”, guardate questo video.
Il video mostra le manifestazioni pro-Yanukovyč e anti-Maidan nel Donbas (2013–2014) e il congresso del Partito delle Regioni (la principale forza politica filo-russa dell’epoca) con 3.500 tra sindaci e amministratori locali il 16 aprile 2014 — quando la Russia aveva già annesso la Crimea e gruppi armati avevano già occupato edifici pubblici e caserme nel Donbas.
Tre domande semplici:
👉 vedete bandiere russe?
👉 sentite richieste di secessione?
👉 sentite appelli all’intervento militare di Mosca?
No. Al contrario: troverete bandiere ucraine, musica e tradizioni ucraine, discorsi su un’Ucraina forte e indipendente — e soprattutto un messaggio chiaro: no ai “nuovi arrivati” armati, i cosiddetti “separatisti”. Ed è qui il punto chiave: il Partito delle Regioni era la forza dominante nel Donbas. Nel ballottaggio presidenziale del 2010 Yanukovyč ottenne circa il 90% a Donetsk e Luhansk; nel 2012 il partito raccolse circa il 60% complessivo nel Donbas (Donetsk e Luhansk), confermandosi la forza politica largamente maggioritaria. In più, controllava gran parte delle amministrazioni locali e la maggioranza dei principali comuni. Eppure, ancora oggi, ci ripetono che “il Donbas è sempre stato russo”.
Il mito del “Donbas sempre russo”: cosa dicono davvero numeri e fatti
Per chi ha vissuto nel Donbas è difficile accettare una frase che negli ultimi anni è diventata quasi uno slogan geopolitico: «La maggioranza della popolazione del Donbas ha sempre voluto vivere in Russia». È una tesi ripetuta spesso nei circuiti della propaganda filo-russa. Ma quando la si confronta con dati elettorali, risultati referendari e documentazione storica precedente al 2014, l’immagine che emerge è molto diversa — e meno compatibile con la narrazione di un separatismo “storico”. L’idea di fondo è che nel Donbas esistesse da tempo un movimento separatista spontaneo, pronto a esplodere alla prima crisi politica. I numeri raccontano un’altra storia.
Il referendum del 1991: il Donbas votò per l’Ucraina
Il primo dicembre 1991 si tenne in tutta l’Ucraina un referendum sull’indipendenza, un appuntamento storico che segnò la volontà del popolo ucraino di costruire uno Stato sovrano. Anche nelle regioni orientali, spesso percepite come più vicine alla Russia, il consenso fu netto e largamente maggioritario. Nell’oblast di Donetsk, il 76,85 % degli elettori si espresse a favore dell’indipendenza, mentre nell’oblast di Luhansk la percentuale di voti favorevoli raggiunse l’83,86 %. Si trattava di un voto precedente a qualsiasi conflitto geopolitico moderno. La maggioranza degli elettori del Donbas scelse consapevolmente di appartenere allo Stato ucraino. Questo dato è il punto di partenza storico di qualsiasi discussione sulla regione.
Il voto a Yanukovyč del 2010 non era un voto separatista
Alle elezioni presidenziali del 2010 Viktor Yanukovyč ottenne percentuali altissime nel Donbas: Donetsk: 90,44% – Luhansk: 88,96%.
Questi numeri vengono spesso citati come prova di un orientamento “filo-russo”. Ma il programma di Yanukovyč non prevedeva né la secessione né l’annessione alla Russia. Puntava invece su una linea “pragmatica”: proseguire l’integrazione europea senza rompere i rapporti economici e politici con Mosca.
Il voto a Yanukovyč esprimeva una preferenza politica ed economica, non un progetto di uscita dall’Ucraina. Confondere le due cose significa trasformare una scelta elettorale in un plebiscito geopolitico che non è mai esistito. L’integrazione europea era un punto cardine del programma elettorale di Yanukovyč nel 2010. E per anni il presidente continuò a promettere la firma dell’accordo di associazione e cooperazione con l’Unione Europea, fino a poche settimane prima dell’improvviso e clamoroso dietrofront del novembre 2013. Quel passo indietro scatenò l’indignazione di una parte ampia dell’opinione pubblica e fu la scintilla che, a partire dal 21 novembre 2013, portò alle proteste di Euromaidan.
Qui raccolgo alcuni passaggi chiave della presidenza Yanukovyč in cui ribadisce, pubblicamente, l’impegno dell’Ucraina verso l’integrazione europea.
2012: Non esisteva nessun partito separatista
Anche alle elezioni parlamentari del 2012 il Partito delle Regioni dominò il Donbas. Ma non esistevano partiti che proponessero la separazione o l’annessione alla Russia. Se il separatismo fosse stato un sentimento radicato nella popolazione, avrebbe trovato espressione politica. Non accadde. La competizione elettorale avveniva interamente dentro il quadro statale ucraino.
Ecco riportati sotto i risultati delle politiche del 2012:
Oblast di Donetsk
Partito delle Regioni: 65,09%
Partito Comunista: 18,85%
Batkivshchyna: 5,26%
UDAR: 4,71%
Svoboda: 1,20%
Oblast di Luhansk
Partito delle Regioni: 57,06%
Partito Comunista: 25,14%
Batkivshchyna: 5,49%
UDAR: 4,74%
Svoboda: 1,29%
Anche nei collegi uninominali la maggioranza dei seggi fu vinta da candidati del Partito delle Regioni o da indipendenti ad esso vicini.
Vediamo chi erano gli altri partiti votati nel Donbas
1) Il Partito Comunista, vicino alle posizioni del Partito delle Regioni e critico verso l’integrazione europea, raccoglieva soprattutto il consenso delle fasce più povere: pensionati, disoccupati e nostalgici dell’epoca sovietica.
2) Batkivshchyna, il partito di Julija Tymoshenko, rappresentava l’ala europeista e riformista nata dalla Rivoluzione Arancione.
3) UDAR, guidato da Vitali Klitschko, era un partito liberale ed europeista focalizzato su lotta alla corruzione e modernizzazione dello Stato.
4) Svoboda rappresentava una forza nazionalista ucraina, minoritaria nel Donbas.
Anche sul piano amministrativo nel 2014 il Partito delle Regioni dominava: Controllava oltre l’80% dei principali comuni ecco la lista sotto.
Oblast di Donetsk
Città principali (2013–inizio 2014)
Avdiivka — Partito delle Regioni
Artemivsk (Bakhmut) — Partito delle Regioni
Vuhledar — Partito delle Regioni
Horlivka — Indipendente
Debaltseve — Indipendente
Dzerzhynsk (Toretsk) — Partito delle Regioni
Donetsk (città) — Partito delle Regioni
Druzhkivka — Partito delle Regioni
Yenakiieve — Partito delle Regioni
Zhdanivka — Partito delle Regioni
Kirovske — Partito Comunista (KPU)
Kostiantynivka — Partito delle Regioni
Kramatorsk — Partito delle Regioni
Krasnoarmiisk (Pokrovsk) — Partito delle Regioni
Makiivka — Partito delle Regioni
Mariupol — Partito delle Regioni
Novohrodivka — Partito delle Regioni
Selydove — Partito delle Regioni
Sloviansk — Partito delle Regioni
Snizhne — Indipendente
Torez (Chystiakove) — Partito delle Regioni
Khartsyzk — Partito delle Regioni
Shakhtarsk — Partito delle Regioni
Yasynuvata — Partito delle Regioni
Dmytriv — Partito delle Regioni
Oblast di Luhansk
Città principali (2013–inizio 2014)
Alchevsk — Partito delle Regioni
Antratsyt — Partito delle Regioni
Brianka — Partito delle Regioni
Krasnyi Luch (Khrustalnyi) — Partito delle Regioni
Krasnodon (Sorokyne) — Partito delle Regioni
Luhansk (città) — Partito delle Regioni
Lysychansk — Partito delle Regioni
Pervomaisk — Partito Comunista (KPU)
Rovenky — Partito delle Regioni
Rubizhne — Indipendente
Severodonetsk — Partito delle Regioni
Stakhanov (oggi Kadiivka) — Indipendente
Sverdlovsk (Dovzhansk) — Partito delle Regioni
Nel suo insieme, il Donbas appare come una regione controllata dal Partito delle Regioni, ma saldamente ancorata alla politica ucraina e non proiettata verso la secessione.
Se questo era il panorama politico tra il 2013 e il 2014, una domanda è inevitabile: dove erano le forze separatiste o indipendentiste?
Quando gli elettori “filo-russi” del Donbas nel 2013 e 2014 scendevano in piazza per Yanukovyč e, allo stesso tempo, respingevano i nuovi arrivati armati, chi chiedeva davvero la secessione?
Identità russofona non significa volontà di secessione
Il Donbas aveva — e ha — una forte identità regionale: popolazione in larga parte russofona legami economici con la Russia cultura ibrida tra spazio ucraino e russo Ma identità linguistica e culturale non equivalgono automaticamente a volontà di separazione statale. I sondaggi pre-2014 mostravano piuttosto una preferenza diffusa per una politica bilanciata: integrazione europea senza rompere i rapporti con Mosca. Non indipendenza. Non annessione. Non guerra. In realtà, allo scoppio di Euromaidan (a Kyiv dal 21 novembre 2013) e prima che gruppi armati occupassero gli edifici amministrativi nel Donbas (a Donetsk tra il 6 e il 7 aprile 2014), anche nell’Est ucraino ci furono manifestazioni pro-Maidan: non di massa come a Kyiv o a Leopoli, ma reali, visibili e documentate. Nel Donbas scesero in piazza migliaia di persone, spesso giovani e studenti, più aperti alle idee di riforma e di integrazione europea.
Alcune date chiave:
8 dicembre 2013 – Luhansk: circa 1.000 partecipanti a un raduno pro-Maidan.
4 marzo 2014 – Donetsk: primo grande raduno pro-Euromaidan in città, circa 2.000 persone.
5 marzo 2014 – Donetsk: manifestazione pro-unità/pro-Maidan più ampia, tra 7.000 e 10.000 partecipanti, con bandiere ucraine (e scontri successivi con gruppi filorussi).
17 aprile 2014 – Donetsk: nuovo raduno pro-ucraino, circa 5.000 persone.
Questi episodi contano perché mostrano un punto essenziale: prima della presa armata degli edifici pubblici, nel Donbas esisteva ancora spazio per una mobilitazione civile pro-ucraina e pro-europea — poi schiacciata dall’escalation e dalla violenza.
La crisi del 2014 e la rottura
Nella primavera del 2014, quando gruppi armati iniziarono a occupare edifici pubblici a Donetsk e Luhansk, il Partito delle Regioni — allora forza dominante nel Donbas — convocò un congresso con circa 3.500 amministratori locali (sindaci, assessori, funzionari). La richiesta fu pubblica e inequivocabile: i separatisti dovevano andarsene. È un dato politico decisivo: nessun leader eletto del Partito delle Regioni guidò le nuove “repubbliche popolari”. Al contrario, le “autorità” separatiste emerse in quei mesi non avevano legittimazione elettorale, erano spesso sconosciute alla politica locale e non rappresentavano le amministrazioni che fino a quel momento governavano la regione.
Inoltre, diverse figure chiave non erano neanche ucraine: erano cittadini russi o persone con legami documentati con apparati di sicurezza russi.
Anche sul piano sociale, in diverse città la reazione iniziale non fu quella di un entusiasmo “annessionista”. A Mariupol, ad esempio, gruppi di cittadini si mobilitarono contro i miliziani. E Rinat Akhmetov, figura centrale dell’economia del Donbas e fino a quel momento vicino a Yanukovyč, si schierò pubblicamente contro il caos portato dai “nuovi arrivati”. Un reportage mostra la resistenza civile a Mariupol. E in suo intervento televisivo Akhmetov pose una domanda che dice molto del clima di quei giorni: «C’è qualcuno a Mariupol o a Donetsk che conosce questi “separatisti”? Che cosa hanno fatto per le nostre città, oltre a portare caos e distruzione?» Questo non è il linguaggio di una società che aspira in massa all’annessione. Semmai restituisce una realtà opposta: una regione politicamente filorussa sul piano elettorale, ma non secessionista, travolta da una rottura improvvisa quando la crisi degenerò. E questo si manifestò anche sul piano politico: dopo il 2014 il panorama cambiò radicalmente e alcune forze tradizionalmente filorusse (come il Partito Comunista) persero peso fino a scomparire dalle istituzioni nazionali.
La guerra nel Donbas non è nata da una rivolta popolare spontanea, ma da un processo imposto con la forza e sostenuto dall’esterno, che ha sostituito la competizione politica con le armi e ha fatto saltare l’ordine istituzionale esistente.
Non è una questione di opinioni: parliamo di fatti documentati. È anche per questo che l’idea di “cedere” oggi il Donbas alla Russia incontra una forte opposizione in Ucraina: non solo perché non esiste alcuna garanzia che una concessione territoriale fermerebbe la guerra, ma perché significherebbe condannare milioni di ucraini a perdere la propria casa, la propria terra, la propria vita e il proprio futuro. La maggioranza degli abitanti del Donbas è sempre stata — e resta — ucraina, anche quando la lingua quotidiana era (ed è) il russo.
Conclusione
I separatisti del Donbas non sono mai esistiti come movimento popolare. La maggioranza della popolazione voleva vivere in un’Ucraina indipendente, avviata verso l’Europa, senza però rompere i legami economici con la Russia. Il separatismo è stato importato dall’esterno, attraverso propaganda, turisti russi, mercenari, paramilitari e soldati senza insegne armati con missili e artiglieria pesante. Un’enorme coreografia finanziata e diretta dal Cremlino. Come disse Rinat Akhmetov in televisione: «Chi sono questi “separatisti”? Cosa hanno fatto per il Donbas, se non portare caos e distruzione?»



