Perché, secondo Dmitrij Bykov, la Russia “non può” finire la guerra: il rischio della guerra civile
Lo scrittore russo Dmitrij Bykov offre una chiave di lettura che non riguarda tanto la strategia militare quanto la struttura profonda della società e dello Stato russo. La sua idea è che la guerra contro l’Ucraina non sia soltanto un conflitto esterno, ma sia diventata un elemento di equilibrio interno del sistema. È qui che la sua frase diventa potente e inquietante: l’ultimo colpo di una guerra imperialista rischierebbe di essere il primo colpo di una guerra civile.

Secondo questa visione, la guerra svolge una funzione che nella storia russa si è già vista più volte: spostare la pressione interna verso l’esterno. Quando l’economia ristagna, la mobilità sociale si blocca, la corruzione è percepita come strutturale e le élite appaiono chiuse e irraggiungibili, il conflitto con un nemico esterno diventa uno strumento di gestione del malcontento. La mobilitazione patriottica sostituisce il dibattito politico, la repressione viene giustificata come necessità di sicurezza, le divisioni interne si congelano sotto lo slogan dell’unità nazionale. Finché c’è la guerra, ogni problema può essere rinviato con l’argomento che “non è il momento”.
Bykov allude anche a un fattore umano e sociale che la storia russa conosce bene: il ritorno dei combattenti. Le guerre non producono solo confini e trattati, ma anche uomini abituati alla violenza, traumatizzati, inseriti in reti di lealtà armate. Dopo la Prima guerra mondiale l’Impero russo crollò in rivoluzione e guerra civile; dopo l’Afghanistan sovietico si diffusero criminalità e gruppi violenti; le guerre cecene lasciarono in eredità milizie, brutalizzazione e centri di potere informali. La violenza, una volta normalizzata, non si dissolve automaticamente con la pace. Se il conflitto esterno finisce senza una trasformazione politica e istituzionale profonda, l’energia accumulata tende a riversarsi all’interno.
C’è poi il problema delle responsabilità. In un sistema fortemente personalizzato, la fine della guerra aprirebbe domande politicamente esplosive: chi ha preso le decisioni, chi ha fornito informazioni sbagliate, chi ha mandato al fronte centinaia di migliaia di persone, chi ha beneficiato economicamente del conflitto e per quale risultato sono morti i soldati. Finché la guerra continua, il potere può sostenere che la partita è aperta e che non si può parlare di sconfitta. La chiusura del conflitto, soprattutto senza una vittoria chiara e indiscutibile, romperebbe l’equilibrio tra apparati di sicurezza, vertici militari, oligarchie economiche e poteri regionali, aprendo una fase di lotta interna per la sopravvivenza politica.
In questo quadro, la guerra finisce per sostituire la politica. Dove non esistono canali reali di alternanza, dove l’opposizione è repressa e il conflitto sociale non può esprimersi legalmente, la guerra diventa una forma di politica permanente. Tiene insieme il sistema, definisce amici e nemici, fornisce una narrazione totalizzante. Interromperla significherebbe riaprire questioni che vanno dal rapporto tra centro e periferie alle fratture sociali, generazionali ed etniche, fino alla legittimità stessa delle élite al potere.
La tesi di Bykov è cupa, ma affonda le radici in una lunga continuità storica. Non sostiene che la pace sia impossibile in senso assoluto, ma che l’assetto di potere costruito attorno alla guerra faticherebbe a sopravvivere senza di essa. In questa prospettiva, per una parte del sistema la guerra esterna appare meno minacciosa di una pace che costringerebbe il paese a fare i conti con le proprie tensioni irrisolte. Ed è proprio questo confronto con se stessa, più ancora del fronte militare, che la Russia del potere attuale sembra temere.



