Nel 2014 Barack Obama definì la Russia una “potenza regionale”. Al Cremlino quella formula non fu mai perdonata. Per Mosca non era solo una provocazione retorica, ma una negazione della propria pretesa identità: quella di grande potenza globale, in grado di competere con gli Stati Uniti e di dettare equilibri geopolitici su più scacchieri.

La guerra contro l’Ucraina, lanciata su larga scala nel febbraio 2022, nasce anche da questa ossessione. L’obiettivo non era soltanto sottomettere Kyiv, ma dimostrare al mondo che la Russia era tornata a essere un attore decisivo, capace di ridisegnare confini, imporre veti e costringere l’Occidente a riconoscerne lo status.

A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione, il bilancio è opposto.

Come ha osservato Nona Mikhelidze, Senior Fellow dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), in un suo recente intervento sui social, la Russia non solo non ha raggiunto gli obiettivi strategici in Ucraina, ma ha finito per indebolire drasticamente la propria posizione su tutti gli altri fronti, rivelando i limiti strutturali della sua proiezione di potenza.


Ucraina: la guerra che doveva durare solo qualche giorno

Il primo e più evidente fallimento riguarda proprio l’Ucraina. L’idea di una guerra lampo, della caduta rapida di Kyiv e dell’installazione di un governo fantoccio si è infranta contro la resistenza ucraina e contro l’incapacità russa di condurre un’operazione militare moderna ed efficiente.

La Russia non ha conquistato l’Ucraina, non ne controlla il territorio chiave, non ne ha spezzato la sovranità politica né l’orientamento euro-atlantico. Al contrario, ha ottenuto l’effetto opposto: ha rafforzato l’identità nazionale ucraina e accelerato il consolidamento dell’Occidente attorno a Kyiv.

Medio Oriente: l’illusione siriana

Per anni la Siria è stata presentata come la prova del “ritorno globale” della Russia. Oggi quella narrativa è svuotata. Mosca non è più in grado di garantire stabilità al regime di Assad né di giocare un ruolo autonomo in Medio Oriente.

Come sottolinea Mikhelidze, la Russia è diventata un attore secondario, incapace di influenzare realmente le dinamiche regionali. Anche nel rapporto con l’Iran, tanto celebrato dalla propaganda, il Cremlino mostra limiti evidenti: cooperazione tattica sì, ma nessuna capacità di sostegno strategico determinante.

America Latina: presenza simbolica, influenza minima

Per anni Venezuela, Nicaragua e Cuba sono stati citati come esempi di proiezione russa nell’emisfero occidentale. La realtà è ora ancora più drammatica: il regime di Maduro è caduto ed è stato arrestato dagli Stati Uniti, dimostrando quanto limitata fosse la capacità russa di sostenere alleati lontani. La presenza di Mosca nella regione si riduce ormai a simboli e retorica, incapace di incidere sugli equilibri reali.

Caucaso e Asia centrale: il vuoto lasciato da Mosca

Il caso dell’Armenia è particolarmente emblematico. Tradizionale alleato di Mosca e membro dell’OTSC, Yerevan è stata di fatto abbandonata dalla Russia nel momento di massima crisi. L’incapacità (o indisponibilità) del Cremlino di garantire sicurezza ha minato definitivamente la credibilità russa come garante regionale.

In Asia centrale, il quadro è ancora più chiaro: l’attore dominante non è la Russia, ma la Cina. Pechino detta le regole economiche, infrastrutturali e sempre più politiche, mentre Mosca appare subordinata e priva di reali leve.

La vera sconfitta: strategica, non solo militare

Il punto centrale dell’analisi di Nona Mikhelidze è che la sconfitta russa non è solo militare, ma strategica. Nel tentativo di dimostrare di non essere una “potenza regionale”, la Russia ha finito per comportarsi esattamente come tale: concentrata su un unico conflitto, incapace di sostenere una presenza globale coerente, costretta a rincorrere alleanze asimmetriche e sempre più dipendente da altri attori.

La guerra contro l’Ucraina, anziché elevare lo status della Russia, ne ha messo a nudo i limiti strutturali: economici, militari, tecnologici e diplomatici.

Obama aveva colto un punto che il Cremlino non ha mai voluto accettare. Il paradosso è che, nel tentativo di smentirlo con la forza, Mosca ha finito per confermarlo davanti agli occhi del mondo.

 

Washington Post
Reuters

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