Un’approfondita inchiesta giornalistica condotta dal New York Times ha portato alla luce le dinamiche interne, spesso brutali, dell’esercito russo impegnato nel conflitto in Ucraina, basandosi su una fuga di notizie senza precedenti proveniente direttamente dagli archivi governativi di Mosca. La genesi di questa rivelazione risiede in un errore tecnico apparentemente banale ma dalle conseguenze devastanti per la segretezza del Cremlino: all’inizio del 2025, in seguito a un aggiornamento dei sistemi informatici dell’ufficio del difensore civico per i diritti umani, Tatyana N. Moskalkova, migliaia di denunce ufficiali sono state inavvertitamente rese accessibili online. La falla è stata scoperta casualmente da un utente che, digitando un numero di pratica errato per verificare lo stato della propria richiesta, ha visualizzato il fascicolo di un’altra persona, esponendo dati sensibili come cartelle cliniche, passaporti e dettagli di contatto.



Maxim Kurnikov, giornalista russo fondatore del portale Echo e rifugiato a Berlino, è stato allertato della falla e, insieme al suo team, ha raccolto oltre 9.000 reclami depositati tra aprile e settembre 2025, prima che l’accesso venisse bloccato. Questi documenti sono stati successivamente condivisi con il New York Times, che ha avviato un rigoroso processo di verifica, filtrando circa 6.000 denunce relative alla guerra, analizzandone nel dettaglio 3.000 e contattando oltre 240 firmatari per confermare la veridicità delle accuse. Sebbene molti abbiano rifiutato di parlare per paura, 75 persone hanno confermato di aver presentato le petizioni, fornendo in alcuni casi ulteriori prove corroboranti come video, messaggi vocali e documenti medici.

Il quadro che emerge dall’analisi di questi documenti è quello di un apparato militare che, per sostenere l’insaziabile domanda di uomini al fronte, ricorre a un modello sistematico di coercizione e abuso, colpendo i propri soldati e distruggendo innumerevoli famiglie. Contrariamente alla narrazione ufficiale promossa dal Presidente Vladimir Putin, che dipinge le truppe come eroi sacri e la società russa come compatta e resiliente, le denunce rivelano una realtà fatta di rabbia, paura e senso di ingiustizia. Le lamentele provengono in gran parte dai familiari dei soldati, ma oltre 300 sono state scritte dai combattenti stessi, descrivendo un ambiente in cui vige l’assenza di leggi e dove i comandanti infliggono punizioni corporali ed estorsioni con impunità.

Uno degli aspetti più allarmanti evidenziati dai documenti è la gestione delle truppe ferite o malate. Per evitare una mobilitazione generale che potrebbe generare opposizione politica, il Cremlino si affida pesantemente al reclutamento nelle prigioni e nei centri di detenzione, esercitando poi pressioni estreme affinché i soldati rimangano sul campo di battaglia indipendentemente dalle loro condizioni fisiche. Le denunce riportano casi di soldati inviati al fronte con arti fratturati, epilessia, cancro al quarto stadio, gravi traumi cranici, cecità e complicazioni post-ictus. In un caso emblematico a Voronezh, una commissione medica ha esaminato l’idoneità al servizio di 100 uomini in una sola ora, una velocità che suggerisce controlli puramente formali. Altri soldati vengono rispediti in combattimento senza nemmeno essere valutati; un video verificato mostra uomini feriti, tra cui uno che zoppica con un bastone, mentre vengono inviati in missione. Le richieste di congedo medico vengono spesso ignorate o respinte con disprezzo dai comandanti, che arrivano a dichiarare apertamente di aver ricevuto l’ordine di considerare tutti idonei. Chi cerca cure civili viene etichettato come disertore e riportato con la forza al fronte dalla polizia militare.
Parallelamente allo sfruttamento fisico, vige un brutale sistema disciplinare. I soldati che osano lamentarsi, rifiutare missioni suicide o non pagare tangenti vengono sottoposti a punizioni medievali: picchiati, rinchiusi in scantinati o fosse scavate nel terreno, e talvolta legati agli alberi per giorni senza cibo né acqua. Un soldato, Ilya Gorkov, ha documentato in video di essere stato ammanettato a un albero per quattro giorni come punizione per aver rifiutato una missione che considerava un suicidio certo. Queste pratiche sono particolarmente diffuse nelle unità composte da ex detenuti, dove i comandanti applicano metodi violenti per mantenere il controllo. La corruzione è endemica: i comandanti estorcono denaro ai soldati in cambio di esenzioni dalle missioni più letali o richiedono una percentuale sui risarcimenti per le ferite.

Il livello più estremo di abuso è rappresentato dalla pratica nota nel gergo militare russo come “obnuleniye” o “azzeramento”. Questo termine indica l’invio intenzionale di soldati in missioni senza speranza di sopravvivenza, o addirittura l’esecuzione diretta da parte dei propri commilitoni, spesso per coprire crimini o eliminare testimoni scomodi. In una testimonianza agghiacciante, il diciottenne Said Murtazaliyev ha inviato un video alla madre spiegando di aver raccolto tangenti per conto del suo comandante e che, per insabbiare l’operazione, sarebbe stato inviato a morire; il giovane risulta disperso dal marzo 2025. Le famiglie che sospettano tali esecuzioni extragiudiziali si scontrano con un muro di gomma: senza il recupero del corpo, spesso distrutto o abbandonato per occultare le prove, le autorità rifiutano di aprire indagini per omicidio.
Un’altra categoria di abusi riguarda i prigionieri di guerra russi rilasciati dall’Ucraina. Nonostante il trauma della prigionia, i documenti mostrano che Mosca rispedisce questi uomini al fronte, talvolta entro un solo giorno dal loro rilascio, ignorando il loro stato psicologico precario e le difficoltà di adattamento che ne compromettono la capacità di combattere.

La fuga di notizie e la successiva inchiesta giornalistica mettono in luce non solo le sofferenze individuali, ma anche l’atteggiamento dello Stato russo verso i propri cittadini in armi. Migliaia di firmatari, pur vivendo nella paura di ritorsioni, si sono rivolti all’ufficio del difensore civico come ultima speranza, descrivendo un senso di abbandono totale. Le mogli e le madri, in particolare, esprimono disperazione per l’impossibilità di ottenere risposte sulla sorte dei propri cari, ricevendo spesso solo lettere precompilate o silenzio. Come osservato da Kurnikov, questi documenti ribaltano l’idea che la guerra non tocchi la società russa, rivelando invece quanto sia profondo il dolore e quanto le famiglie si sentano tradite dall’indifferenza dei funzionari governativi. Nonostante le numerose richieste di commento, né l’ufficio di Moskalkova, né il Ministero della Difesa, né il Cremlino hanno fornito risposte in merito alle accuse contenute nei documenti trapelati.




