Come la Russia ha costruito il conflitto e perché i “separatisti” non sono mai esistiti

Per oltre un decennio, una parte significativa del dibattito mediatico e politico internazionale ha descritto la guerra nel Donbas come il risultato di una rivolta separatista locale, alimentata da presunte fratture linguistiche, culturali e identitarie all’interno dell’Ucraina. Secondo questa narrazione, la popolazione delle regioni orientali avrebbe spontaneamente rifiutato Kyiv, scegliendo la secessione o l’annessione alla Federazione Russa.

Questa interpretazione, tuttavia, non regge a un’analisi basata sui fatti, sui documenti disponibili e sui dati sociologici raccolti prima dell’inizio del conflitto armato.

Le prove oggi disponibili dimostrano in modo coerente che la guerra nel Donbas non è stata una guerra civile, né il prodotto di una sollevazione popolare, ma il risultato di una lunga e articolata operazione di destabilizzazione politica, informativa e militare pianificata dalla Federazione Russa e preparata negli anni precedenti al 2014.

Le tre fasi dell’aggressione russa contro l’Ucraina

L’aggressione russa all’Ucraina non è un evento improvviso né circoscritto, ma può essere suddivisa in tre fasi principali, ciascuna funzionale alla successiva:
1. Guerra ibrida (2009 – febbraio 2014)
2. Invasione militare iniziale e guerra nel Donbas (febbraio 2014 – 24 febbraio 2022)
3. Invasione su vasta scala (dal 24 febbraio 2022 a oggi)

La prima fase, spesso ignorata o minimizzata nel racconto pubblico, è invece fondamentale per comprendere l’origine del conflitto e per smontare la tesi della “rivolta separatista”.

La guerra ibrida: il conflitto prima delle armi

A partire dal 2009, la Federazione Russa avviò una strategia sistematica di pressione sull’Ucraina che non prevedeva inizialmente l’uso diretto delle forze armate. Si trattava di una tipica operazione di guerra ibrida, in cui strumenti non militari vengono utilizzati per indebolire uno Stato bersaglio dall’interno. Gli strumenti principali impiegati furono:
• coercizione economica, in particolare attraverso il gas;
• guerra informatica; operazioni psicologiche;
• propaganda e disinformazione;
• sostegno a gruppi politici marginali filo-russi, privi di reale consenso popolare.

Secondo un rapporto del 21st Century Center for Global Studies, già alla fine del 2005 era stato elaborato un progetto politico denominato “Repubblica di Donetsk”, presentato come presunta erede di una fugace entità sovietica esistita nel 1918. L’organizzazione fu bandita in Ucraina, ma continuò a operare clandestinamente con supporto russo e venne riattivata nel 2009, in parallelo all’intensificarsi delle pressioni di Mosca.

Il gas come strumento di destabilizzazione

La crisi del gas tra Russia e Ucraina del 2009 non fu un semplice contenzioso commerciale. Secondo analisti e documenti strategici russi, l’obiettivo reale era innescare una crisi politica interna in Ucraina, colpendo in modo mirato le regioni industriali orientali e alimentando una frattura artificiale tra est e ovest del paese.

Il gas venne utilizzato come leva geopolitica per esercitare pressione sociale ed economica, creando malcontento e instabilità. In parallelo, think tank russi elaborarono scenari di intervento che prevedevano l’uso di gruppi locali preparati in anticipo, la creazione di entità pseudo-statali e, se necessario, un intervento militare presentato come risposta a una situazione di emergenza interna. Questi scenari dimostrano che l’opzione militare era già contemplata come parte di una strategia più ampia e graduale.

Il fallimento del controllo politico

L’elezione di Viktor Yanukovich nel 2010, sostenuta da Mosca, sembrò inizialmente garantire alla Russia il controllo politico dell’Ucraina attraverso mezzi istituzionali. Tuttavia, già nel 2013, il Cremlino iniziò a preparare piani di emergenza per un’occupazione militare, temendo un cambiamento dell’orientamento geopolitico di Kyiv. Nello stesso anno, Russia e Bielorussia condussero esercitazioni militari che simulavano interventi finalizzati alla “protezione delle popolazioni russofone”. Parallelamente, furono redatti piani di spartizione territoriale dell’Ucraina ed emersero documenti interni che descrivevano la creazione di una presunta “Novorossiya”. Questi elementi indicano chiaramente che l’uso della forza non fu una reazione improvvisa agli eventi del 2014, ma una possibilità pianificata in anticipo.

Euromaidan e l’attivazione dei piani militari

Le proteste di Euromaidan, che si svolsero tra novembre 2013 e febbraio 2014, dimostrarono che il progetto di uno Stato ucraino politicamente subordinato a Mosca era fallito. Di fronte a questa evidenza, la Russia attivò le reti, gli asset e le infrastrutture preparate negli anni precedenti. Approfittando del vuoto di potere, le forze russe occuparono la Crimea. In quel contesto comparvero i cosiddetti “piccoli uomini verdi”, soldati senza insegne, mentre settori dei servizi di sicurezza ucraini, infiltrati in precedenza, non opposero resistenza.

Il Donbas prima della guerra: cosa dicevano i dati

Uno degli elementi più trascurati nel racconto mediatico riguarda l’opinione reale della popolazione del Donbas prima dell’inizio del conflitto armato. Un sondaggio condotto dalla Ilko Kucheriv Democratic Initiatives Foundation mostra che il 90% degli intervistati nel Donbas considerava l’Ucraina la propria patria. Solo il 2% rispondeva negativamente, mentre l’8% non forniva risposta.

📌 Fonte: Ilko Kucheriv Democratic Initiatives Foundation, indagini sul senso di appartenenza nazionale nel Donbas.

Il Donbas si considerava parte dell’Ucraina

Un secondo studio, realizzato dal Kyiv International Institute of Sociology, analizza il sostegno all’idea di unirsi alla Russia. I risultati indicano che nel 2013 il supporto era intorno al 30% a Donetsk e inferiore a Luhansk. Nel febbraio 2014, alla vigilia dell’intervento armato, non emerge alcuna maggioranza favorevole all’annessione.

📌 Fonte: Kyiv International Institute of Sociology (KIIS), sondaggi 2013–febbraio 2014.

Perché questi dati smentiscono la narrazione separatista

Questi dati dimostrano che non esisteva una domanda popolare maggioritaria di secessione nel Donbas. Il consenso all’adesione alla Russia rappresentava una minoranza stabile e non una spinta di massa. La cosiddetta “rivolta” non fu quindi spontanea, ma venne innescata artificialmente attraverso operazioni politiche, informative e militari pianificate in anticipo. La guerra nel Donbas non nasce dal basso, ma è il prodotto di una strategia statale deliberata, che ha trasformato una regione priva di pulsioni separatiste maggioritarie in un teatro di guerra.

 

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